San Vito

San Vito Romano si estende sulle propaggini orientali dei Monti Prenestini, in posizione dominante sulla valle del Sacco. Nell’antichità l’area era abitata dalla popolazione italica degli Equi, il cui territorio arriva lungo la valle dell’Aniene, fino all’altezza di Varia (odierna Vicovaro).
Non ci sono prove archeologiche che possano legare l’odierno abitato di San Vito alla antica città di Vitellia, menzionata da cenni storici antichi come Livio, Plinio il Vecchio e Stefano di Bisanzio.

Anche Svetonio parla della gens Vitellia, che legò la propria origine ad una colonia dello stesso nome, di cui i Vitelli avevano voluto assumersi, con le sole forze della propria gente, il compito della difesa contro gli Equi. Sempre Livio ricorda Vitellia come colonia romana espugnata dagli Equi e posta nel loro territorio in posizione dominante (Livio parla appunto di una fortezza espugnata dagli Equi con la connivenza di traditori). Possiamo quindi pensare ad un oppidum arroccato su uno sperone roccioso.
L’identificazione di questa antica città, che doveva trovarsi nell’area, non è ancora certa: alcuni studiosi hanno proposto l’abitato di Bellegra che possiede anche un circuito murario in opera poligonale, ma la questione, in attesa di prove più puntuali, è ancora del tutto aperta.

Nel VI sec. d.C. il territorio fu sotto la dominazione longobarda come ricordano alcuni toponimi chiamati “ La Corte”, da curtis, termine longobardo per indicare il sistema abitativo tipico di età longobarda, insieme abitazione, costruzione rurale e centro fortificato. Nel IX sec d.C. il territorio fu distrutto dai Saraceni che invasero le coste e l’entroterra laziale sino al territorio sublacense. Gli scampati alle scorrerie si rifugiarono sul monte dove oggi sorge San Vito, sfruttando come rifugio le cavità naturali presenti nell’area.
Qui con l’aiuto dei monaci benedettini, gli abitanti ricostruirono il centro abitato che ruotava intorno ad una fortezza che si erigeva sulla sommità della rupe: il nome di Castrum Sancti Viti compare in un documento della curia prenestina e si deve probabilmente alla scelta operata dai monaci benedettini.



San Vito fu feudo dei monaci benedettini fino all’anno 1180 quando subentrarono i Colonna, i quali impegnati in altre lotte con il papato, munirono il castello di nuove opere di fortificazione circondandolo con una strada detta “La Difesa”, con funzioni di guardia, lungo la quale circolavano sentinelle armate. Sono conservate due porte relative a questo periodo: “Porta dell’Ospedale” e “Porta del Ponte”, per il ponte levatoio che permetteva l’attraversamento del canalone dei “Cavoni” e l’ingresso al paese.
Le porte sono realizzate con archi a sesto acuto, costituiti da blocchi con legante di calce bianca.

L’altra porta di San Vito detta “Porta Borgo” si trova a pochi metri da via delle Logge, la zona più elevata del paese sino alla costruzione del Borgo Mario Theodoli nel 1649 di cui si parlerà in seguito. La via chiusa su un lato delle case adiacenti il Castello Theodoli, presenta sul lato opposto degli archi panoramici dai quali è possibile vedere una parte del centro storico e il territorio limitrofo. Dalla via si accede alla piazza della chiesa di Santa Maria de Arce dove si trova l’ingresso principale del Castello Theodoli. Il borgo che si costruì intorno al castello risale al XIV sec.



Roma, Genazzano e San Vito si contendono i natali ad Oddone Colonna divenuto papa con il nome di Martino V. In tutta l’area prenestina, dopo l’elezione al soglio pontificio di Martino V, crebbe notevolmente la devozione nei confronti di San Martino che si materializzava attraverso l’erezione di molte edicole: una di esse la “Cona di San Martino” è ancora visibile in San Vito.
I Colonna rimasero feudatari del paese sino al 1565, quando Marcantonio Colonna gravato dai debiti, fu costretto a vendere.
San Vito fu acquistata dalla famiglia Massimo che dopo appena dieci anni, nel 1575, vendettero a loro volta ai Theodoli che la pagarono 20.000 scudi romani.
Da sottolineare in San Vito l’attività di vari architetti che nel corso dei secoli arricchirono il paese con alcuni edifici che rappresentano dei veri e propri preziosismi architettonici. Il volto “moderno” di San Vito si deve all’attività dei marchesi di San Vito XVII e XVIII sec.




A Giovanni Theodoli, fratello di Teodolo, primo marchese di San Vito e Pisciano e conte di Ciciliano si deve la progettazione della chiesa di San Biagio ( 1607 – 1609). Questa fu costruita su di un precedente oratorio duecentesco ed era a navata unica con altari laterali entro le nicchie. In quegli stessi anni venne dipinto sull’altare maggiore l’affresco raffigurante il santo, mentre il campanile risalente al 1715 termina con una piccola cupola rotonda: contiene tre campane la più antica delle quali risale agli inizi del settecento. Nel 1830 un restauro aggiunse alla chiesa due cappelle all’altezza del presbiterio, in modo da creare una sorta di transetto; tra il 1927 e il 1929 viene eseguito un altro restauro di cui sono testimonianza due iscrizioni, una sulla parete della cappella sinistra, l’altra sul pavimento.

Ai figli di Giovanni, Alfonso e Mario Theodoli, si deve sostanzialmente l’impianto urbanistico di San Vito: promossero la sistemazione nel 1646 della piazza San Biagio sulla quale affacciava l’antica sede Comunale, ma soprattutto Mario Theodoli fu l’artefice della progettazione, realizzazione e apertura del cosiddetto “Borgo Mario” nel 1649: questo sorse su di una platea artificiale, creata al di sopra della parte più antica del paese ed ottenuta livellando il piano roccioso e riempiendo gli avvallamenti e le fosse. Un lavoro enorme, al termine del quale venne aperta una lunga ed ampia strada fiancheggiata, poi, da costruzioni come in convento dei Carmelitani, oggi Palazzo Comunale, e dall’annessa chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco i cui progettisti però non sono noti. Quest’ultima chiesa presenta due fasi consecutive: la più antica databile alla metà del seicento, epoca di fondazione dell’edificio, l’altra realizzata nei primi decenni dell’ottocento.




La struttura originaria con pianta ottagonale, decorata con stucchi e dipinti costituisce una preziosa testimonianza del barocco non solo in San Vito, ma in tutto il territorio circostante. La fase ottocentesca, dopo le demolizioni dell’antica abside e dell’altare maggiore, originariamente collocato in asse con l’ingresso, presenta invece un vano rettangolare e una zona presbiteriane nuovi. La complessa decorazione del soffitto comprende, oltre un riquadro circolare con la raffigurazione della gloria di San Sebastiano, collocata al centro del grande soffitto dell’aula ottagonale e sorretto da sei angeli, una serie di otto riquadri con i ritratti di Santi dell’ordine Carmelitano.




Fu architetto anche il figlio Alfonso, Carlo Theodoli “accademico d’onore” di San Luca, il quale fu artefice dell’ampliamento e sistemazione del Castello: a lui si deve infatti la particolare forma a nave evidenziata dal rivestimento con muro a scarpa che lo circonda, la decorazione ad affresco di alcune sale. La parte nuova del palazzo fu arricchita con una raccolta di quadri d’autore e le sale del pianterreno vennero affrescate. Oggi il palazzo e proprietà privata.

Un cenno merita anche la figura di Girolamo Theodoli, figlio di Carlo, per evidenziare ulteriormente la dedizione di questa famiglia “all’arte dell’edificazione”; infatti questi oltre ad essere “accademico di merito” dell’Accademia di San Luca, legò il suo nome ad alcune grandi realizzazioni in Roma e fuori Roma, incidendo significativamente sul volto della città settecentesca: nel 1731 costruisce il teatro Argentina, nel 1750 progetta la chiesa dei SS. Pietro e Marcellino in via Merulano; nel 1758 progetta il campanile di Santa Maria in Montesano; si occupa del restauro dell’Arco di Costantino, della Colonna Antoniana, delle Mura Aureliane.

Nel suo feudo di Ciciliano edificò la chiesa di Santa Maria della Palla, mentre in San Vito nel 1715 realizza il campanile, nella barocca chiesa di San Biagio; nel 1735 la chiesa di San Vito e la facciata di Santa Maria dell’Arce
Quest’ultima fu edificata probabilmente intorno al 1400 con pianta unica, ed utilizzata dalla guarnigione di stanza al castello.
Proprio per la sua posizione accanto alla rocca, fu detta “Arce”. L’edificio, secondo il progetto eseguito dall’architetto Landoni e dall’ingegnere Emilio Trinchieri, venne restaurato e modificato in età moderna: fra il 1861 ed il 1903 vengono aggiunte le due navate laterali, rialzata quella centrale, dopo aver abbassato il pavimento, e coperta con una volta di mattoni in foglia; nella navata centrale è costituita una notevole opera raffigurante l’Assunta attribuita al Maratta o alla sua scuola.

Ancora intorno al 1916 Don Guerino Nini, sacerdote sanvitese tentava con l’aiuto dell’architetto Carlo Busiri Vici, una soluzione ai problemi di spazio e di decoro della chiesa di Santa Maria: venne spostato il campanile, decorata la sacrestia e posti i marmi pregiati che ancora oggi si vedono. Ancora una volta un importante architetto, che aveva realizzato, tra le altre cose, la chiesa di San Giuseppe sulla via Nomentana (1905), il Palace Hotel di via Veneto, oggi consolato degli Stati Uniti (1900), il salone Margherita, lega il suo nome e la sua presenza a San Vito.

La settecentesca chiesa di San Vito, rappresenta la principale chiesa del paese: posta su un’altura, venne eretta sul luogo di una precedente cappella nel 1725. Risale a questo periodo la struttura, la decorazione dell’altare, la parte centrale del soffitto, con la tela ottagona della Gloria del Santo e la tela posta sull’altare di San Lorenzo. Risalgono invece all’800 le altre decorazioni del soffitto, i dipinti dei due medaglioni laterali, le tele poste sugli altari; mentre i dipinti delle parti delle cappelle e le due grandi tele poste alla fine della navata risalgono all’ultimo intervento, operato nella chiesa intorno al 1945.
È priva di campanile e l’unica campana presente è contenuta in una sopraelevazione del tetto a forma di piramide. Le reliquie del Santo, il giovinetto Vito martirizzato sotto il regno dell’Imperatore Diocleziano sono conservate nella chiesa di San Biagio che le custodiva anteriormente alla edificazione della chiesa dedicata poi a San Vito.



IL CASTELLO TEODOLI
La costruzione presenta una curiosa struttura a nave, sottolineata dall’alta scarpata che la circonda e che si insinua come una prua verso il corso Mario Theodoli.
In questa direzione si affaccia la loggia ad archi, mentre l’ingresso principale è collocato nella parte retrostante, che si affaccia sulla piazza della chiesa di S. Maria de Arce.
Si tratta di una struttura complessa, risultato dell’addizione di una serie di corpi di fabbrica via via aggregatisi.  

Un primo nucleo del Castello di San Vito fu costruito quando, dopo l’invasione dei Saraceni del IX secolo e il saccheggio di Verugine e Vitellia, popolosi centri abitati nelle pianure, gli abitanti di questi si rifugiarono sopra una alta roccia; un grande “scoglio” isolato, “aperto in vari punti da numerose spelonche, sovrastate da un piccolo ripiano su cui oggi domina la chiesa del Patrono” .
Su questo scoglio, isolato e imprendibile a causa delle numerose caverne che vi si aprivano, cominciò la ricostruzione di Vitellia e l’edificazione della Rocca, poi progressivamente ampliata.
Ai piedi del fortilizio venne costruita la porta del Borgo, che difendeva la cittadina dal lato occidentale.
All’influenza dei Monaci Benedettini di Subiaco si deve poi il mutamento del nome da Vitellia a San Vito, avvenuto dopo che il feudo fu acquistato dall’Abate Giovanni nel 1091, andando a costituire la “Massa Jubenzana”.
Non potendo il Monastero di Subiaco provvedere alla difesa del feudo di San Vito in epoca di continue guerre e predazioni, la popolazione verso la fine del XII secolo si rivolse ai principi Colonna di Genazzano, che divennero quindi signori di San Vito e ne garantirono la protezione delle armi.
Stessa sorte toccò alle popolazioni di Ciciliano e Pisoniano. Con alterne vicende San Vito rimase in mano alla nobile famiglia romana fino al 1563, quando fu venduto ai principi Massimo, che a loro volta lo cedettero ai marchesi Theodoli dieci anni dopo.




L’ampliamento della Rocca, già presente sulla spianata in cima al cosiddetto “scoglio”, iniziò quindi già dalla fine del Duecento. La tradizione vuole che nel Castello di San Vito nacque nel 1365 Oddone Colonna che divenne papa nel 1417 con il nome di Martino V; la stanza in cui vide la luce fu convertita nel XVIII secolo in cappella domestica da Gerolamo Theodoli.
Fu con il marchese Alfonso e con il fratello Mario Theodoli, cardinale nel 1643, che la struttura del Castello, così come quella del paese, cambiò radicalmente. Egli, come ricorda una lapide presente tuttora in piazza A. Baccelli, fece spianare le asperità del suolo oltre la porta del Borgo, e quindi oltre il Castello, e diede vita alla lunga e comoda via che da lui trasse il nome di Borgo Mario Theodoli; non solo, fece anche costruire confortevoli abitazioni e soprattutto la chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco con il convento annesso.
Il continuatore delle benemerenze del cardinal Mario fu Carlo, che ebbe il merito di restringere e di fortificare la piazza d’ingresso antistante il Castello e la chiesa di S. Maria de Arce, munendola di cannoni; fece modificare, inoltre, la struttura architettonica del palazzo con la costruzione di due nuovi bracci e con l’ampliamento della grande scarpata sottostante, forse per uniformare le disuguaglianze dei corpi di fabbrica.
È all’epoca di Carlo che risale anche la sistemazione dell’interno e la decorazione ad affresco delle sale degli appartamenti ricavati nei due nuovi bracci e della sontuosa Galleria. Il prospetto in stile neogotico nella piazza antistante la chiesa di S. Maria de Arce risale invece alla fine dell’Ottocento.







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